Anche Shield chiude :(
Il problema delle piattaforme è il potere, ovvero il rischio di costruire online senza possedere davvero nulla
4 giorni fa ho una mail che mi ha spiazzato: inaspettata per il contenuto, inaspettata per le ragioni, inaspettata per l’esito.
E mi ha spinto a condividere alcune riflessioni con voi, che ci riguardano tutti.
Ve la incollo già tradotto e poi torniamo alle mie riflessioni:
Ho ricevuto questa mail da Shield
Ciao,
ti scriviamo per informarti che Shield sta avviando la chiusura del servizio.
Sia Google sia LinkedIn ci hanno fatto capire chiaramente che non possiamo continuare a gestire Shield nel modo in cui era stato costruito. Abbiamo deciso di non combattere questa battaglia.
Alcune informazioni pratiche che è importante sapere:
abbiamo interrotto tutte le nuove registrazioni e smesso di rinnovare gli abbonamenti.
Non ti verrà addebitato più nulla.
Il tuo account resterà disponibile per i prossimi trenta giorni, durante i quali potrai ancora accedere ed esportare i tuoi dati.
Ti consigliamo di esportare subito i tuoi dati. La funzione di esportazione è disponibile nella pagina Post della dashboard di Shield e genera un file CSV con tutti i tuoi post e le statistiche.
Per qualsiasi altra necessità, support@shieldapp.ai resterà attivo.
Grazie per averci affidato i tuoi dati in questi anni. Per noi significa molto.
Andreas & Alex
Co-founder di Shield
Cosa fa Shield AI
Shield AI è un tool di analytics per LinkedIn pensato per aziende, creator e team: in pratica raccoglie e organizza i dati dei post e delle persone per capire cosa funzionava davvero su LinkedIn.
Lo puoi usare per misurare performance, portata, coinvolgimento e andamento dei contenuti in un unico dashboard; è una specie di cruscotto per LinkedIn.
Grazie a questa app, puoi analizzare tutti i tuoi post pubblicati su LinkedIn, monitorare le performance di profili e aziende ma anche aiutarti con la tua strategia di contenuti grazie alle analisi per capire quali contenuti generavano più visibilità e interazioni.
O meglio, questo è quello che faceva, fino a pochi giorni fa.
Addio Shield AI
La loro mail l’ho riletta tre volte, sia perché sono rimasto sorpreso dalla notizia della chiusura di Shield, ma soprattutto per il motivo per cui chiude.
La frase centrale della mail non parla di mercato, non parla di utenti, non parla di soldi, non parla di concorrenza.
Parla di permesso.
“Google e LinkedIn ci hanno fatto capire chiaramente che non possiamo continuare a operare nel modo in cui Shield era stato costruito.”
Per anni Internet ci ha abituati all’idea di un ecosistema aperto. Arrivava una piattaforma, poi arrivavano sviluppatori, estensioni, tool, servizi paralleli, piccoli ecosistemi che si appoggiavano sopra qualcosa di più grande per creare ulteriore valore.
Per molti creator Shield APP, non era soltanto un tool di Linkedin analytics, era la nostra memoria esterna, il nostro archivio storico. Un modo per capire davvero cosa stava funzionando, cosa stava cambiando, come si evolveva la nostra presenza online nel tempo.
Shield APP ora chiude, perché sono cambiate le regole del gioco: non ho mai creduto che avesse un approccio border line come altri tool più blasonati, la loro scelta racconta qualcosa che sta cambiando.
Più passa il tempo e più mi sembra che il web stia entrando in una nuova fase, una fase meno interessata agli ecosistemi aperti e molto più orientata al controllo verticale.
Le piattaforme oggi vogliono tenere tutto: dati, utenti, analytics, AI, contenuti, distribuzione, attenzione. I dati oggi valgono infinitamente più di dieci anni fa. Non sono più soltanto numeri da mostrare in una dashboard, sono benzia per i modelli AI, ma anche per pubblicità, profilazione, automazioni.
Ogni informazione sul nostro comportamento online è diventata strategica.
Quando una piattaforma decide di chiudere anche solo leggermente le porte, improvvisamente decine di business costruiti sopra quella piattaforma scoprono di non controllare davvero quasi nulla.
Questa storia non riguarda soltanto Shield, ma tantissimi professionisti che lavorano online senza rendersi conto di questa precarietà.
Ne avevamo già avuto un assaggio qualche settimana fa quando anche Sora di OpenAI ha chiuso e questa volta tocca a Shield e di nuovo mi chiedo: “Stiamo davvero provando a costruire asset digitali o ci stiamo incaponendo nel creare altre dipendenze digitali?”
Proviamo a ripeterlo insieme: un follower non è un contatto reale, un dato sulla reach non è una community, una piattaforma non è una casa, un algoritmo non è una relazione.
Per anni abbiamo inseguito la crescita dentro ecosistemi che non ci appartengono, un po’ come viene raccontato in Paid, Owned, Earned: Maximizing Marketing Returns in a Socially Connected World e, attenzione, continuo a pensare che abbia senso farlo. Sarebbe assurdo ignorare LinkedIn, Instagram, YouTube o le piattaforme AI.
Il punto è un altro: confondiamo spesso gli strumenti con il patrimonio.
La parte più urgente della mail sia questa:
“Esportate subito i vostri dati.”
Come quando lasci un appartamento in fretta e qualcuno ti dice di controllare bene i cassetti prima di andare via; dentro quella frase c’è tutta la fragilità della creator economy contemporanea.
Perché moltissimi creator, consulenti, formatori, professionisti, aziende, stanno costruendo interi pezzi della propria identità digitale dentro ambienti che possono cambiare regole in qualsiasi momento e attenzione, potrebbe farlo anche Substack prima o poi, la piattaforma su cui oggi sto scrivendo.
Ogni piattaforma vuole controllare tutto e questo ci porta alla progressiva scomparsa degli intermediari: negli ultimi anni le piattaforme hanno capito una cosa molto semplice: ogni layer esterno è anche una perdita di controllo.
Se un tool terzo gestisce analytics, community, contenuti, insight o automazioni, allora una parte del valore si sta spostando fuori dall’ecosistema principale e le piattaforme moderne tollerano sempre meno questa dispersione.
Per questo la storia di Shield mi sembra molto più grande della chiusura di un servizio.
Mi sembra una fotografia abbastanza precisa del momento che stiamo vivendo online.
Anche nel mondo AI sta succedendo qualcosa di simile: ogni giorno nascono nuovi strumenti costruiti sopra OpenAI, Claude, Gemini o altri modelli e la domanda che continuo a farmi è sempre la stessa: quanto di quel valore appartiene davvero a chi lo sta costruendo?
Se non controlli il modello, i dati, la distribuzione, le API, l’accesso, le regole della piattaforma, allora il tuo business esiste finché qualcun altro decide di lasciarlo esistere.
Internet ci ha fatto credere per anni che bastasse esserci per costruire qualcosa di nostro. Oggi invece stiamo scoprendo che moltissime delle cose che consideriamo “nostre” sono semplicemente spazi temporaneamente concessi all’interno di ecosistemi privati.
Per questo continuo a pensare che gli asset più importanti oggi siano quelli che restano esportabili, trasferibili, indipendenti: una newsletter, una mailing list, un archivio personale, una community reale, relazioni dirette, conoscenze che non dipendono da una singola piattaforma.
Tutto il resto può crescere molto velocemente, ma può anche sparire con una mail o con un click.


